Quel dì nello Skaftafell

Il trekking coi calzini

Era il primo viaggio di gruppo.
Qualcuno ha chiesto: – chi è la vostra guida?
– quel tizio senza una scarpa.

Eravamo in cima allo Skaftafell, proprio sopra lingua del ghiacciaio più grande del mondo. Quel tizio scalzo ero io, durante la mia prima esperienza come guida.
In realtà la storia inizia molto prima, quando trovo degli scarponi fighissimi nella cantina di un amico. Le scarpe sembrano in ottimo stato e perfette per l’Islanda, le provo. Sono solo un paio di numeri più grandi e sono lunghe quasi mezzo metro. Ma tanto sono alto quasi un metro e sessantasette, “non dovrebbe accorgersene nessuno”, pensai.
Arriviamo nell’aeroporto del nostro primo scalo; dopo qualche ora in volo, col gruppo abbiamo già preso confidenza e iniziano le prime battute sulle mie scarpe, ma il vero problema era che le suole stavano iniziando a scollarsi.
Dovete sapere che la gomma è un materiale bastardo e delicato, che se lo si lascia per anni in una cantina fradicia tende a marcire. E così, non appena le suole hanno toccato il terreno gelato della pista di London Gatwick, si sono indurite e scollate.
Le suole hanno resistito fino ai primi due giorni del viaggio in Islanda, sebbene con qualche aiuto dato dal una generosa dose di caro nastro isolante islandese. Ma in qualche modo dovevamo andare avanti.
E così siamo andati avanti, lungo il nostro trekking di 4 ore. Ed è in cima che le suole si sono totalmente disfatte, complice il nastro isolante che si degradava a ogni passo. E questo è il motivo per cui ho percorso il trekking in calzini, sul ghiaccio e sui fanghi gelidi, e perché ho molte foto di me nei posti più belli dell’Islanda in pieno inverno con le infradito.
Da questa storia ho imparato una cosa molto importante: non c’è da fidarsi del nastro isolante.

P.S.: quando nei gruppi qualcuno si fa mille domande se le scarpe migliori siano quelle con la suola in vibram o in gomma tecnica al 100% in sifilone… basta che ci sia.